Da dove nasce la tua passione per la vela?

A 11 anni, da tipico bambino milanese, sono stato parcheggiato al VelaMare, mi ero divertito, ma niente di più. A 13 anni un istruttore mi ha portato fuori con 25 nodi da solo e lì ho capito cosa voleva dire navigare: fino a quel momento non avevo capito niente della barca a vela…In quei momenti ho capito che navigare significava adrenalina pura. E mi piaceva!

Quando hai capito che faceva per te?

Una volta, avrò avuto 14 anni, sono uscito su un Flying Junior, con una ragazza della mia età, abbiamo scuffiato e lei si è fatta molto male a una gamba… ha perso sangue e io l’ho tirata fuori e ho cercato di gestire la situazione. E’ stato  che ho conquistato un paio di istruttori, che poi mi hanno portato con loro a fare altre cose.

Tipo?

Mi sono imbarcato su un 16 metri, il Shambala, e ho fatto alcune regate in Tirreno e altre cose classiche come la Giraglia o i Tre golfi. A bordo c’era Gabriele Bruni alias Ganga e da lui ho imparato molto. Da 18 anni in poi ho fatto regate sui Laser e ne ho vinte tante, ma non mi piaceva fino in fondo. Non mi so tanto imporre nei ruoli, non sono abbastanza prepotente. Dopo che ho vinto il Campionato Italiano avevo due possibilità o le classi olimpiche o fare il solitario.

Alla fine sei diventato un solitario.

Se sono arrivato alla navigazione in solitario è stato quasi per errore, è perché ci ho visto la possibilità di imparare, la curiosità. Da noi tra l’altro la navigazione in solitario è considerata un’avventura, non ha un vero valore sportivo.

E invece a te piace proprio la sfida sportiva…

Mi piacciono le regate tra uguali. La parte che mi piace di più è la strategia. E’ come una partita a scacchi. Sì, adoro la sfida: abbiamo tutti gli stessi strumenti, ma chi ha la strategia migliore vince. E poi mi appassiona lo studio della meteorologia, un mondo interessantissimo.

Cosa ti fa più paura?

Che succeda qualcosa a terra mentre sono in mare. (Durante la MiniTransat sono vietate le comunicazione via satellitare e telefono, ndr). Il fatto di non poter comunicare mi fa paura, e mi piace allo stesso tempo. Però mi angoscia non sapere cosa succede in terraferma, mentre io sono sconnesso da tutto. Il mare in sé mi fa paura, ma la verità è che non ho ancora incontrato le condizioni perché me la faccia davvero… Mi fanno paura i fulmini! Sicuramente ho molto spirito di sopravvivenza che aiuta.

Pensi che il cambiamento climatico potrebbe rendere più pericoloso la navigazione oceanica?

Per ora è un po’ fantascienza, è innegabile che il cambiamento ci sia, ma su larga scala. Certo sono cambiate alcune cose: il giro del mondo dei mari del sud (La Vendèe Globe, detto anche l’Everest dei mari, ndr) si fa più a Nord; lo stesso vale per il Passaggio a Nord Est che è diventato più fattibile. Ma gli alisei, per fortuna, ci sono ancora!

Qual è la cosa più pericolosa che può succedere in mare?

Cadere in acqua! Infatti cercherò di stare sempre legato.

Foto: Benedetta Pitscheider

Perché hai scelto proprio la MiniTransat?

Perché è la vela essenziale, quasi “francescana”. Ed è la porta d’ingresso per questo mondo e un laboratorio di innovazione e nuove tecnologie. Dicono che la Mini Transat sia la transoceanica più dura insieme alla Ostar… vedremo, vi saprò dire. In ogni caso è una regata molto più vecchia di me, è nata nel 1977 e voluta da un pazzo che si chiama Bob Salmon. Oggi è considerata una corsa storica e molto tecnica. Una regata che grazie ai suoi costi (relativamente) bassi è considerata una risposta ai budget milionari di quasi tutta vela oceanica. E’ una sfida che hanno affrontato in moltissimi grandi navigatori prima di me: Ellen McArthur, Isabelle Autissier, Michel Desjoyeaux, Brian Thompson, Sam Davies. Yvan Bourgnon, che l’ha vinto nel 1995, quando io avevo 4 anni ha detto: “Durante la Transat sei solo di fronte all’oceano. Senza contatti con l’esterno. Non puoi chiamare la mamma. Se vuoi andare alla fine di te stesso è la a regata che fa per te”.

Alla Grande Ambeco è una barca particolarmente eco-sostenibile, spiegaci come.

Allora intanto l’energia è prodotta solo da pannelli solari; la barca non ha il motore e ho un generatore che farò andare ogni tre giorni. Avrò pochissimi rifiuti: niente bottiglie di plastica, ho solo taniche, niente vetro, niente carta. Navigando mi sono reso conto che il mare è davvero pieno di merda… e sono ancora più attento alla gestione dei rifiuti e dell’energia. Ci sono realtà in Italia che fanno moltissimo per la salvaguardia del mare, una di queste è l’associazione no profit Oceanus (Oceanus.it) che lavora per la tutela e la conservazione degli ecosistemi marini in pericolo e che sono contento di sostenere. Di recente la loro campagna No more plastic bags ha avuto molto seguito ed è stata patrocinata dal Ministero dell’Ambiente. Non sembra ma anche distribuire shopper di stoffa da usare al posto dei sacchetti di plastica  è uno di quei piccoli gesti che possono salvare il pianeta.

C’è un libro che ti ha influenzato particolarmente?

Sì, “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne. Ma non è un libro di mare, devo dire che i libri di mare mi annoiano molto. “La lunga rotta” di Moitessier … che palle! Al di là di tutto, mi piace l’idea di andare a scoprire posti nuovi, mi piace girare il mondo. Mi piace l’idea di essere un navigatore e non un velista. Arrivare per mare in un posto è un po’ come conquistarlo. Uno dei miei libri preferiti di sempre è “Il vecchio e il mare”, una sfida infinita. Mi piace il fatto che il Vecchio non sia un eroe, ma un altro animale.

Alla fine dei conti, perché fai tutto questo?

Di certo non per cercare me stesso! E’ come chiedere a una tartaruga perché cammina. Per me andare in mare è un dovere. Mi sento parte di questo elemento, come in un’onda. E’ uno stato in cui non hai più nulla, e anche se non hai niente, hai tutto.

E quando sei in terraferma come fai?

Non ho la sindrome del capitano! Sto bene anche a terra, anche perché sono molto innamorato e ho una storia d’amore stupenda da  ormai 3 anni. Non essere soli ti cambia molto. Poi non è che sto sempre da dio… ho dei desideri, ho sempre voglia di tornare in barca. Da quando mi sono laureato (in Ingegneria Nautica a La Spezia, ndr), impiego il tempo a terra per riuscire a navigare e fare questo lavoro. Però voglio essere chiaro: per me la navigazione non è una fuga! Non mi interessa la fuga dal mondo alla Moitessier. Io amo gli esseri umani, non voglio fare  l’eremita.

Insomma quando non pensi al mare, sei in mare. Altri interessi?

Sono molto appassionato di musica soprattutto rock e elettronica, ma anche jazz, e prima di fare questo lavoro, mi dilettavo a fare il deejay per gli amici. E poi adoro cucinare.

Come lo vedi il tuo futuro?

Tra la Francia e l’Italia. Vorrei allenarmi in Francia e vivere lì, e mi piacerebbe mettere insieme un pool di sponsor italo-francesi. E soprattutto mi vedo a fare la MiniTransat nel 2019 con un pogo3 e… vincerla!